Dec. 5, 2015

Appunti per gufi

Mondoperaio

di Tommaso Nannicini

Appunti per gufi

Una delle regole auree della politica economica è che se una scelta è criticata per ragioni (ideologiche) opposte, ci sono buone probabilità che quella scelta sia giusta. È una regola a cui non sfugge il dibattito mediatico che sta accompagnando il percorso parlamentare della legge di stabilità per il 2016. Una manovra economica, come quella appena cucinata dal governo Renzi, può piacere o meno, ma è curioso che la si critichi per ragioni in palese contraddizione tra loro: perché fa troppo decifit e perché è succube dell’austerità; perché non fa la spending review e perché contiene troppi tagli alla spesa; e via gufando.

Sono quattro le accuse più gettonate all’impianto della manovra. (1) Compra voti in deficit e con una logica meramente elettoralistica; basta pensare, da ultima, alla card elargita ai diciottenni per acquisti culturali. (2) Non riduce davvero le tasse perché, al netto di qualche spicciolo sulla prima casa, si limita a eliminare le clausole di salvaguardia, cioè aumenti mai scattati di accise e Iva. (3) Non rispetta le regole europee perché la clausola migranti col taglio dell’Ires non c’entra niente. (4) È di destra perché favorisce i ricchi. Vediamo queste accuse una per una.

Partendo da una premessa metodologica: criticare un politico perché cerca voti è un po’ come criticare l’Avis perché raccoglie il sangue. Certo, i voti vanno cercati tenendo a mente una visione dell’interesse generale, non giustapponendo prebende. Ma in questo caso la visione c’è. L’accusa a Renzi di essere schiacciato su logiche elettoralistiche, francamente, fa sorridere. Questo è il governo che ha riformato il mercato del lavoro per superare il dualismo che ghettizzava tanti giovani precari, senza fermarsi di fronte al tabù dell’articolo 18, magari per paura di qualche sciopero o di qualche sondaggio. E questa è una manovra che dà priorità a misure sulla povertà e sulla produttività, che proprio prebende non sono, a scapito di una misura fortemente voluta da ampie fasce di elettori: quella che avrebbe consentito loro di andare in pensione prima del tempo (fermo restando che la ricerca di una qualche flessibilità in uscita resta tra i nodi aperti al di fuori della legge di stabilità). Tutto ciò per dire che la (sacrosanta) ricerca del consenso non è fine a sé stessa, ma è funzionale a fare le riforme, a ridare fiducia al Paese. Anche la card ai diciottenni risponde a un’idea precisa: quella di una comunità che ti accoglie nella maggiore età ricordandoti con una “spinta gentile” quanto siano cruciali i consumi culturali, per il tuo arricchimento personale e per irrobustire il tessuto civile di tutto il Paese.

Ma veniamo al deficit. La manovra economica ha un carattere espansivo, che – tradotto – significa che si fa più deficit del previsto. È una scelta consapevole, fatta nel rispetto della cornice europea dettata dalle nuove clausole di flessibilità. Dopo anni passati a discettare sui limiti dell’austerità e su come le regole fiscali impedissero politiche per la crescita, adesso ci si sorprende che il governo italiano abbia deciso di usare tutti i margini esistenti per sostenere una ripresa ancora fragile. E che lo faccia non solo nel rispetto delle regole europee (a differenza di altri Paesi che in passato le hanno violate unilateralmente), ma continuando a perseguire l’obiettivo di ridurre il rapporto tra debito e Pil (che, inflazione permettendo, tornerà a scendere nel 2016) e facendo scendere quello tra deficit e Pil (che passerà dal 2,6% del 2015 a un massimo di 2,4% nel 2016). Curioso.

È vero: il percorso di aggiustamento sarà più lento rispetto agli impegni troppo onerosi che ci eravamo autoimposti (ancora nel Def di aprile il rapporto tra deficit e Pil era 1,8% per il 2016). Ma dov’è il problema? Chi usa questa contabilità rispetto ai valori programmati piuttosto che ai consuntivi passati, per gridare all’esplosione del deficit, dovrebbe allora riconoscere che la spending review vale più dei 5,8 miliardi indicati dal governo, perché – contabilizzando tutte le rinunce a maggiori spese già programmate – i tagli superano i 7 miliardi. Dopodiché, va da sé che, se l’aggiustamento è più lento, anche la spending review lo sarà. Ma ciò non significa rottamarla. Al contrario, spalmarla nel tempo la renderà credibile e sostenibile.

La vera domanda è un’altra: c’era davvero bisogno di una manovra espansiva e in deficit adesso che l’economia sta dando segnali di ripresa? La risposta è sì, per due motivi. Primo, perché la crescita è ancora fragile e abbiamo bisogno di sostenerla. Secondo, perché ci sono ancora molte riforme in cantiere e, per farle passare, serve dare un po’ di ossigeno a famiglie e imprese, prostrate dalla crisi.

C’è modo e modo di spendere, poi. La manovra lo fa con un mix attento di misure congiunturali e strutturali. Il bonus sugli ammortamenti vuol far ripartire subito gli investimenti privati. Il taglio strutturale dell’Ires vuol dare fiducia a chi fa impresa. In punta di metafora, il calo dell’Ires è la legna per far ripartire il fuoco della crescita, il bonus ammortamenti è la diavolina che deve far scattare la fiamma. E non ci si ferma lì. I nuovi incentivi fiscali alla partecipazione dei lavoratori e al welfare aziendale vogliono favorire la contrattazione laddove si creano valore aggiunto e guadagni di produttività. Insomma: rilancio degli investimenti privati e della contrattazione aziendale come strumenti per aggredire la stagnazione della produttività. Altro che soldi rubati ai cittadini di domani: queste misure vogliono far ripartire la crescita proprio con uno sguardo rivolto al futuro.

La seconda accusa alla manovra recita più o meno così: il taglio delle tasse è solo propaganda; il governo non taglia gli sbandierati 20 miliardi perché 16,8 sono mere eliminazioni di clausole di salvaguardia, che non hanno effetti sui comportamenti di famiglie e imprese. Beh. Tanto per iniziare togliere le clausole di salvaguardia non è uno scherzo: famiglie e imprese se ne sarebbero accorte se il governo non fosse riuscito a farlo (come è capitato al governo Letta con le clausole ereditate da quello Monti). E averle azzerate nel 2016 rende credibile l’impegno politico a togliere quelle che rimangono: credibilità indispensabile perché le clausole future non creino incertezza e scoraggino consumi e investimenti.

Ma c’è di più. I conti di cui sopra guardano solo alla finanza pubblica nel 2016, ma molti interventi sui redditi d’impresa varranno già dal 2016 (e quindi avranno effetti economici da subito) anche se il loro impatto sulla finanza pubblica si materializzerà solo a partire dal 2017. Se si prendono in considerazione tutte le misure fiscali della manovra, il taglio delle tasse su famiglie e imprese (immobili, ammortamenti, Ires, minimi partite Iva, franchigia Irap sulle società di persone, recupero Iva sui crediti non riscossi, esonero contributivo, etc.) si aggira intorno ai 13 miliardi.

Veniamo alla terza accusa (procedurale ma velenosa): che c’azzecca il taglio dell’Ires con la clausola migranti? In realtà, le regole europee prevedono più flessibilità a fronte di “eventi eccezionali” ed è difficile sostenere che l’impennata dei flussi migratori nell’area del Mediterraneo non lo sia. Ciò non significa che le risorse aggiuntive debbano essere spese per accogliere i migranti, questo l’Italia lo fa già da sola (e non da oggi) perché è un Paese responsabile. Il punto è che si deve prendere atto di questo sforzo finanziario, che ha drenato risorse ad altri impieghi. Se questo sforzo verrà riconosciuto, come hanno chiesto anche altri Paesi, l’Italia tornerà a usare quelle risorse per perseguire i propri obiettivi di politica economica, a sostegno di imprese e famiglie, come è normale che sia. Tutto qui. Dopo i tragici eventi di Parigi, è possibile che una parte della flessibilità legata alla clausola degli eventi eccezionali sia usata per aumentare le spese in sicurezza e cultura, rosicchiando quanto sarebbe stato chiesto per l’emergenza immigrazione.

Ma al di là degli aspetti procedurali, c’è un elemento politico che sarebbe sbagliato sottovalutare. Questa manovra segna una svolta nel modo in cui l’Italia si rapporta alle regole fiscali e alla stabilità dei conti pubblici. Nella Seconda Repubblica, il consolidamento fiscale è sempre stato l’obiettivo della nostra politica economica, mentre la crescita era un vincolo da fronteggiare (si doveva cioè stare attenti affinché il risanamento non uccidesse del tutto la crescita). La manovra di quest’anno capovolge l’ordine delle due variabili. La crescita è l’obiettivo. I conti in ordine sono il vincolo. È un cambio di prospettiva fondamentale.

La quarta accusa, quella alla manovra “di destra”, è la più strumentale. La manovra taglia le tasse sulla prima casa in maniera non progressiva? E allora? Lo fa dopo che il governo è intervenuto sull’Irpef e sul costo del lavoro, contestualmente alle misure sulla fiscalità d’impresa. Un’altra regola aurea della politica economica recita che per ogni obiettivo ci vuole uno strumento. La mossa sulla prima casa vuol incidere sulle aspettative e sulla fiducia delle famiglie. Punto. Non ha intenti redistributivi, per quello ci sono altri strumenti come gli 80 euro e il programma strutturale di lotta alla povertà.

La manovra non si ferma alla casa. Si rinnova l’esonero contributivo sul tempo indeterminato: favorire l’occupazione stabile è di destra? C’è il Jobs Act sul lavoro autonomo: fisco, previdenza, assistenza e tutele nella committenza (contro i ritardi dei pagamenti, le clausole vessatorie e a difesa della proprietà intellettuale). Difendere i lavoratori autonomi e i tanti giovani free lance è di destra?

Per la prima volta, e al contrario dei governi del passato che su questo hanno fatto molte chiacchiere e solo qualche distintivo, si introduce una misura strutturale di lotta alla povertà impegnando un miliardo di risorse aggiuntive. Per alcuni l’enfasi sui bambini poveri è roba da “conservatorismo compassionevole”. Esattamente il contrario: ci si appresta a introdurre uno strumento di inclusione attiva su tutto il territorio nazionale, dirottando le risorse in maniera prioritaria alle famiglie povere con minori a carico, ma creando un’infrastruttura che coinvolgerà comuni, terzo settore e fondazioni bancarie e potrà essere ulteriormente estesa in futuro. Ci sono poi le misure sul merito nella ricerca scientifica. Anche questa è roba di destra? Per carità. La disuguaglianza è una cosa seria. Troppo seria per trasformarla in una bandierina ideologica che trascende qualsiasi confronto sui contenuti.