April 10, 2014

Bene il primo tempo, ora si deve correre

Europa

TOMMASO NANNICINI

Bene il primo tempo, ora si deve correre

Il documento di economia e finanza presentato dal governo Renzi segna un primo spartiacque. La filosofia che ispirerà la sua politica economica e il cronoprogramma delle sue riforme, su cui si baseranno le reazioni degli italiani, dei partner europei e degli investitori internazionali, sono adesso nero su bianco.

Che giudizio si può azzardare sulla sua filosofia d’intervento e sulla coerenza tra obiettivi e strumenti individuati? Sul primo punto, emerge una strategia coraggiosa e coerente per aggredire le emergenze del Paese. Sul secondo, il giudizio è necessariamente sospeso (non solo da parte dei gufi, ma anche degli osservatori indipendenti): rimangono troppi nodi sull’attuazione delle misure annunciate. Nodi che occorre sciogliere al più presto.

Diciamolo pure sottovoce, perché l’espressione non porta bene, ma il governo sembra aver scelto una strategia “in due tempi”, sia verso l’Unione Europea sia nei confronti degli italiani. Rispetto all’Europa, ci si propone di tenere i conti in ordine e di recuperare la credibilità perduta attuando riforme capaci di rilanciare la crescita potenziale. Per usare, in un secondo momento, questa nuova credibilità, politica ed economica, per negoziare una maggiore flessibilità nelle politiche di bilancio. Rispetto agli italiani, si parte da una terapia shock fatta di tagli alle tasse, pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione, riforme istituzionali e riduzioni simboliche dei costi della politica.

L’intento è quello di creare fiducia, facendo tornare le famiglie a investire sul loro futuro, e di rafforzare un capitale politico che possa poi essere speso per far passare riforme necessarie alla crescita di lungo periodo, ma destinate a scontentare qualcuno per forza di cose.

La strategia dei due tempi è senz’altro giusta rispetto all’Europa. Il governo ha fatto bene a ribadire la volontà di rispettare tutti gli impegni di consolidamento fiscale. Non si mette il carro davanti ai buoi. Incorrere in una procedura d’infrazione a livello europeo, senza la preventiva fiducia dei mercati, sarebbe rischioso per un paese con un debito sopra il 130 percento del Pil. Solo dopo che gli annunci di riforma si saranno rivelati credibili, si potrà usare i margini di flessibilità che già esistono o negoziarne di nuovi.

La politica dei due tempi sul fronte interno, però, potrebbe incepparsi. Nascondendo i costi di certe riforme sotto il tappeto, per passare indenni le elezioni europee e per accumulare capitale politico, Renzi e il Pd rischiano di cadere nella tentazione di rinviare le scelte più dolorose anche nella fase due. Almeno questo è quello che è sempre successo in passato. Occorrerà legarsi al palo della nave per non cedere alle sirene di un consenso tanto facile quanto poco duraturo. E un po’ di corda dovremmo iniziare a comprarla da subito. Giusto per fare un esempio: l’obiettivo del ministro Madia di ringiovanire la nostra pubblica amministrazione è sacrosanto (e chi ha fatto facili ironie non ha capito che si tratta di un progetto di ristrutturazione, non di una generica politica di staffetta generazionale). Ma per rendere credibile questa “ristrutturazione” si deve uscire dal vago.

Quanto in profondità s’intende rivedere la natura del pubblico impiego? Quale sistema di valutazione si ha in mente? Ha poco senso parlare di “open data” se il tasso di analfabetismo statistico e informatico dei nostri dipendenti pubblici resta alto. (E per alfabetizzazione statistica e informatica, non intendo saper fare la media aritmetica o navigare su internet, ma qualcosa di più.) Insomma: molti strumenti di riforma in questo campo sono tanto necessari quanto costosi, perché impongono sacrifici di breve periodo a dipendenti che hanno formato le proprie aspettative di carriera in un sistema diverso. Si è pronti a fronteggiare qualche opposizione?

Il Def enuncia che bisogna “passare dalle parole ai fatti”. In verità, prima di arrivare ai fatti, serve un passaggio intermedio: dalle parole alle scelte concrete, dagli obiettivi (condivisibili) agli strumenti (compresi quelli dolorosi). È normale che il Def, per sua natura, si concentri sui primi. Ma il tempo per passare ai secondi è stretto. Non sarebbe male se, perlomeno per scaramanzia verso la strategia dei due tempi, qualcosina spuntasse fuori anche prima delle elezioni europee.