March 3, 2018

«Con noi 240 euro al mese per ogni figlio fino a 18 anni»

Chi investe sul futuro non può essere lasciato solo: l’urgenza non è aiutare i ricchi, ma dare 10 miliardi alle famiglie

L'Eco di Bergamo

di Franco Cattaneo

«Con noi 240 euro al mese per ogni figlio fino a 18 anni»

«La natalità è uno dei grandi temi del Paese e per questo è la nostra priorità»: dice così l’economista Tommaso Nannicini, responsabile del programma Pd e candidato al Senato a Milano, intervenuto a Bergamo nei giorni scorsi.

Partiamo dall’aiuto alle famiglie.
«Nell’ultimo decennio il numero di nascite all’anno s’è ridotto di 100 mila unità. L’Italia invecchia, fare un figlio aumenta in modo esponenziale il rischio povertà e chi investe sul futuro non può essere lasciato solo. Per noi il problema principale non è la flat tax come dice il centrodestra: con la tassa piatta, ci sarebbero 60 miliardi di tagli fiscali, dei quali 24 a beneficio del 5% dei contribuenti più ricchi. Non ho niente contro chi paga le tasse e produce reddito, ma sottolineo che siamo usciti da una crisi che ha colpito duramente famiglie e imprese. La prima urgenza non è aiutare i ricchi, ma dare 10 miliardi alle famiglie con figli, che in realtà diventano 11 e mezzo se riuniamo detrazioni fiscali, sostegno al welfare di cura e congedi per le mamme che lavorano. Il sistema attuale è poco generoso e troppo frammentato, incapienti e lavoratori autonomi sono ai margini. Proponiamo una misura unica: 240 euro al mese per ogni figlio fino a 18 anni, 80 euro dai 18 ai 26 anni. In più investimenti sugli strumenti di welfare che aiutino le famiglie a pagarsi i servizi di cura come baby sitter e asilo comunale. Oggi abbiamo mille bonus frammentati, poco conosciuti e talvolta non utilizzati. Serve una misura unica finanziata in modo strutturale: detrazioni fiscali che diventano reddito disponibile e una carta universale per pagarsi i servizi».

Misura sostenibile?
«Certo, nel senso che promettiamo molto meno delle risorse che abbiamo mobilitato nelle ultime leggi di bilancio e questo ci è stato riconosciuto da analisti indipendenti come Carlo Cottarelli e il suo osservatorio, per i quali il costo complessivo del nostro programma è stimato in 38 miliardi. Proponiamo cose misurabili su una dimensione semplice: quel che abbiamo fatto quando abbiamo governato. In questa legislatura abbiamo trovato 10 miliardi per gli 80 euro, ora ne vogliamo investire 10-11 per le famiglie con figli. Partiamo da una cosa fatta e da una cosa da fare: sta qui la credibilità delle promesse».

L’altro tema ipersensibile è l’immigrazione.
«È una questione europea, serve un’Italia forte nell’Ue che sappia gestire queste dinamiche in modo ordinato. Non cavalchiamo le legittime paure, ma intendiamo risolvere i problemi e questo significa una gestione comune a livello comunitario. Ci sono invece paesi dell’Est - come l’Ungheria visitata da Giorgia Meloni - che si chiamano fuori. Non si può essere europeisti quando c’è da battere cassa con i Fondi strutturali e non esserlo sulle quote d’accoglienza dei richiedenti asilo. Non si può essere europei a giorni alterni: se non gestisci con noi i flussi, niente Fondi strutturali».

La ripresa c’è, ma non si vede una redistribuzione dei dividendi.
«I dati sono positivi, tuttavia i costi sociali della distruzione del tessuto produttivo sono ancora tra noi e ci mostrano come la ripresa ci sia ma che i benefici non vadano ancora a tutti. Proprio per questo sarebbe un peccato interrompere il percorso di riforme e di investimenti che ci ha portato all’uscita dalla recessione. Tornare indietro adesso vorrebbe dire annullare la prospettiva di una ricaduta positiva per tutti».

Creare ricchezza e spalmarla in modo più equo.
«Entrambe le cose, sì. Dobbiamo far correre chi può, con meno vincoli e meno tasse, e aiutare chi è rimasto indietro a costruirsi una seconda opportunità. Abbiamo cominciato a farlo con il Reddito d’inclusione, la prima misura strutturale di contrasto alla povertà: quando siamo arrivati al governo c’erano 40 milioni sperimentali che con noi sono diventati una misura unica da 2 miliardi e 700 milioni. Dobbiamo continuare questo impegno di riforma universalistica del welfare».

Più occupati, ma resta lo squilibrio a sfavore dei contratti a tempo indeterminato.
«Abbiamo abolito i co.co.pro. e praticato una stretta sulle finte partite Iva: il vero precariato era quello. Negli ultimi 3 anni il mercato del lavoro ha creato un milione di nuovi occupati, la metà a tempo indeterminato: un risultato oltre le aspettative. Ora vogliamo rendere strutturali gli sgravi contributivi, portando il cuneo fiscale dal 33% al 29% (perché il lavoro stabile vale di più e deve costare di meno), puntando poi al sostegno delle imprese che investono sulla formazione. Con lo Statuto del lavoro autonomo abbiamo già segnato una linea di demarcazione più chiara tra la sfera subordinata e ciò che è autonomo. Un settore restituito alla dignità del proprio valore e oggi più forte nel rapporto con i committenti, nell’accesso ai Fondi europei e ai bandi pubblici e su alcune tutele come malattia e maternità».