May 11, 2017

«In Europa vincoli troppo barocchi»

Il Corriere della Sera

di Lorenzo Salvia

«In Europa vincoli troppo barocchi»

«Le regole europee di bilancio sono diventate così barocche da essere controproducenti per le nostre economie. Ce ne vuole una sola, da applicare in modo semplice». Alla Camera il Pd ha appena chiesto al governo che il Fiscal compact, cioè le «regole barocche», non venga trasferito nei trattati comunitari. Alla questione sta lavorando anche Tommaso Nannicini, già sottosegretario alla presidenza del consiglio con il governo Renzi, professore alla Bocconi, mente economica del rieletto segretario del Pd.

Professore, oggi il Fiscal compact di regole ne prevede tante, come il pareggio di bilancio, un percorso di abbattimento del debito pubblico che per noi è parecchio ambizioso, il tetto del 3% per il rapporto tra deficit e Pil, il prodotto interno lordo. Quale potrebbe essere la «regola semplice» che ne dovrebbe prendere il posto?

«La questione è oggetto di confronto. Teniamo a mente, però, che il Fiscal compact non sta lì per stupidità ma per mancanza di fiducia degli Stati europei uno verso l’altro. Ricostruire questa fiducia sta anche a noi».

D’accordo, ma la regola semplice potrebbe essere il tetto del 3% al rapporto deficit/Pil, lasciando cadere le altre?

«Sarebbe un elemento di semplicità, visto che lasci un vincolo che c’è già. Ma di certo non è l’unica soluzione possibile.

Avrebbe il vantaggio di «liberare» l’Italia da un percorso di abbattimento del debito che si presenta impervio: dal 130% di adesso fino al 60% del Pil. Ma proprio ieri Bruxelles ci ha ricordato ancora una volta che il nostro debito è un problema. Forse è meglio non farsi illusioni.

«La riduzione strutturale del debito resta un tema cruciale e passa per il rilancio della crescita e la ripresa moderata dell’inflazione, due tendenze già in atto».

Matteo Renzi ha parlato di un piano straordinario per il debito pubblico. Cosa state studiando?

«Le bacchette magiche non esistono. Ma una mano può venire dalle privatizzazioni e dalla riorganizzazione del patrimonio immobiliare pubblico».

Sulle privatizzazioni è stato proprio il governo Renzi a frenare perché c’era il referendum. Non le sembra difficile ripartire adesso, quando manca al massimo un anno alle elezioni?

«L’importante è non affrontare il tema solo per far cassa ma all’interno di una visione di politica industriale. Dopo le elezioni se ne potrà discutere con maggiore serenità. Il tema da affrontare subito è semmai un altro».

E quale?

«Donald Trump vuole abbattere le imposte per chi produce negli Stati Uniti e tassare pesantemente tutte le importazioni. La sua riforma trasformerebbe gli Usa nel più grande paradiso fiscale del mondo. Walmart, che non produce ma importa, sta facendo pressione per fermare questo disegno. L’Unione europea ha deciso di affidare la sua sopravvivenza a Walmart oppure vuol far sentire la sua voce?».

Ma in Europa ogni Stato pensa ai suoi interessi. Guardi cosa succede sull’immigrazione.

«Stiamo sottovalutando il problema. Se Trump va avanti, la competizione fiscale internazionale diventa selvaggia, il modello sociale europeo non regge. Dobbiamo armonizzare le tasse sulle imprese in Europa e parlare con una sola voce all’esterno».

Allora è vero che sta studiando da ministro dell’Economia? Non dica che non le piacerebbe.

«(Ride) Se è per questo mi piacerebbe fare anche il centravanti della Juventus. Ma per fortuna abbiamo già Higuain. No, è solo fantapolitica».

Due giorni fa è diventato legge il Jobs act dei lavoratori autonomi, che rafforza alcune tutele (dalla malattia alla maternità) per le partite Iva. È davvero così importante?

«Sì, perché è un altro pezzetto di quel ridisegno complessivo del mercato del lavoro voluto dal governo Renzi: dopo la stretta sulle finte partite Iva era arrivato il momento di ampliare le tutele per il vero lavoro autonomo».

I professionisti, però, non sembrano soddisfatti. Domani scendono in piazza per chiedere l’introduzione dell’equo compenso.

«Naturalmente si può sempre fare di più ma non mi sembra questa la priorità. Il settore è troppo eterogeneo. Piuttosto mi concentrerei su un ulteriore rafforzamento delle misure di welfare. Abbiamo abbattuto il cuneo contributivo dal 33 al 25%. C’è margine per ritoccare l’aliquota assistenziale. Naturalmente, in cambio di tutele ancora maggiori».