July 6, 2020

I salvagente sono diventati zavorre. Cambiamo tutto, anche in Toscana.

Dopo l'assistenzialismo resta la disoccupazione, invece bisogna creare lavoro.

Il Corriere Fiorentino

Marzio Fatucchi

I salvagente sono diventati zavorre. Cambiamo tutto, anche in Toscana.

«Avevamo due ciambelle di salvataggio. Ora sono diventate due zavorre». Turismo ed export hanno trainato l’economia (e l’occupazione) della Toscana, ma adesso non serviranno, a lungo, per ripartire. Occorre fare qualcosa di diverso, cambiare «radicalmente», evitando «di salvare aziende decotte» e puntando alla creazione di nuove imprese e lavoro, dice Tommaso Nannicini. Economista, bocconiano, senatore Pd, con Nannicini però non si può partire che dall’analisi della situazione.

Senatore, la Toscana è la regione peggiore per i consumi e per la produzione industriale. Non è un buon viatico per la ripartenza della Toscana.

«Non c’è dubbio che lo tsunami ha colpito prima di tutto un sistema Paese fragile, rispetto agli altri Paesi non possiamo avere l’illusione che iniettando liquidità a pioggia si torni come prima».

Perché?

«Per noi, anche in Toscana, tornare come prima significa tornare a una stagnazione: non crescevamo da decenni. Ancora migliaia di giovani vanno all’estero a inseguire i loro sogni. Ora occorre ricostruire: dove c’erano case di cemento, basterà una riverniciata. Dove c’erano capanne fatte con canne di bambù, sarà necessario un doppio salto mortale: prima, tenere duro nello tsunami. Poi, ricostruire. Il cambiamento è faticoso e la politica non può dire: c’è lo “Stato Mamma” e niente cambierà. No, deve dire: non ti lascerò solo ma ora si cambia».

In questo quadro però c’è una specificità Toscana? 

«La Toscana è parte del problema più generale di un sistema produttivo che aveva già difficoltà prima ad agganciare le grandi trasformazioni tecnologiche ed ecologiche. Il nostro è un sistema imprenditoriale sottodimensionato e sottocapitalizzato, che già prima faticava e dopo faticherà di più: occorre, per un salto di qualità, investire su capitale umano, alta qualificazione, innovazione tecnologica. Dobbiamo continuare a fare, in modo nuovo, le cose belle che facciamo, e venderle in modo nuovo».

Anche dopo la crisi del 2008, abbiamo avuto export e turismo in crescita, con effetti anticiclici, anche dal punto di vista occupazionale. Ora sono i due settori più colpiti.

«È la peculiarità di questa crisi: in quelle precedenti turismo ed export ci hanno tenuti in piedi. Le due ciambelle di salvataggio che avevamo sono diventato oggi due zavorre». 

Dipende anche da questo il crollo dei consumi? 

«Sì, dipende dalle aspettative. Il turismo è uno dei settori più incerti, può darsi pesi proprio questa incertezza sui consumi. L’altro punto di debolezza è la dimensione delle imprese: quelle piccole hanno aspettative più incerte».

Le parole del Presidente di Confindustria Firenze Maurizio Bigazzi sullo smart working nella pubblica amministrazione hanno irritato, usando un eufemismo, i sindacati. E pure lei ne ha scritto. 

«Tagliare gli stipendi ai pubblici dipendenti in smartworking è una “non soluzione”. Serve ad agitare un nemico, i “fannulloni di Brunetta”. Ora non abbiamo bisogno di nemici ma di soluzioni che possono passare anche dallo smartworking, ma non fatto all’amatriciana, bensì con una riorganizzazione sia nel pubblico che nel privato. Anche per capire come valutare la produttività. Guardiamo avanti, non indietro. Condivido invece l’appello del presidente nazionale di Confindustria Carlo Bonomi alla politica, che ha poco consapevolezza delle crisi occupazionali, perché la cassa integrazione fino a Natale non risolve nulla: dopo c’è la Befana».

Ma c’è bisogno, in questo momento, di concertazione con le parti sociali o di scelte precise che vengano invece applicate in velocità, anche dividendo il fronte delle parti sociali?

«Dipende come imposti il dialogo sociale, di cui sono un grande fan. A Palazzo Chigi sono riuscito a fare un accordo con i sindacati nel mezzo della campagna referendaria... Ma il dialogo sociale non è spartirsi la manna che arriva dall’Europa, cioè dare la cassa integrazione alle aziende e lo stop ai licenziamenti ai sindacati. Perché il lavoro non c’è e i giovani restano disoccupati. Abbiamo perso 400 mila occupati, principalmente precari e giovani, nonostante tutte queste norme. Occorre occuparci di chi un lavoro non ce l’ha e di chi il lavoro lo deve creare. La nostra ossessione deve essere aiutare le aziende a creare lavoro di qualità, ed aiutare chi cerca lavoro ad avere un reddito fino a che non lo trova. Come quando si faceva la politica dei redditi: tutti si assumevano i costi delle scelte, difficili». 

Lei è stato critico anche nei confronti di diverse scelte prese dal governo dal punto di vista economico anche se lo sostiene. Cosa manca in questa fase?

«Smettere di pensare che con i bonus a pioggia si risolva tutto, serve uno sguardo lungo su riforme che rinviamo da troppo tempo: istruzione, formazione, investimenti, ricerca, un welfare che dia un salario vero per chi cerca lavoro, riformare la macchina pubblica. Non dobbiamo avere l’ossessione di “congelare tutto”. È inutile difendere posti di lavoro o aziende decotte, occorre creare nuovo lavoro. Aiutare le imprese a cambiare. E usare bene i soldi dall’Europa. Questo dibattito tutto italiano sulle condizioni del Mes è l’emblema di un’Italia che pensa all’Europa come un bancomat. Siamo noi a dover dettare le condizioni, noi a offrire obiettivi, dalle scuole all’ambiente. Dopodiché i soldi arriveranno, ma dimostriamo che sapremo spenderli meglio. Non all’Europa, ma alle italiane e agli italiani».