April 11, 2014

La Renzinomics dopo il Def

Linkiesta

Tommaso Nannicini

La Renzinomics dopo il Def

Il Documento di economia e finanza (Def) – del cui testo finalmente disponiamo dopo una ridda di dichiarazioni, bozze (fuori)uscite sul web e ricostruzioni giornalistiche – comincia a mettere nero su bianco i capisaldi della politica economica del governo Renzi. La strategia di fondo è senz’altro condivisibile, le riforme annunciate nella conferenza stampa di qualche settimana fa (quella con i pesci rossi) sono ora sostanziate in un cronoprogramma serrato ma più credibile del precedente, ed emerge una visione coerente per aggredire i problemi dell’Italia nel medio periodo.

Sull’efficacia delle riforme che s’intende attuare, però, il giudizio è necessariamente sospeso (non solo da parte dei gufi, ma anche degli osservatori meno schierati): rimangono troppi nodi sulla natura delle misure annunciate. E un po’ tutti aspettiamo di capire come saranno sciolti con un mix di curiosità, fiducia e scetticismo (in dosi diverse a seconda delle persone e, a volte, dei giorni).

Ha ragione Oscar Giannino: la vera scommessa del governo Renzi sarà quella di sostituire queste una tantum con i risparmi derivanti dalla spending review nei prossimi anni. Le scelte concrete che stanno dietro agli annunciati tagli alla spesa, però, sono ancora sconosciute ai comuni mortali. Auto blu, province, enti inutili, consumi intermedi: tutto bene, ma dopo gli antipasti è l’ora della pastasciutta. Servono scelte concrete (destinate a scontentare qualcuno per forza di cose). Scelte che aspettiamo con lo stato d’animo di cui sopra.

Come mi è capitato di argomentare con Angelo Baglioni, è senz’altro giusta rispetto all’Europa. Il governo ha fatto bene a ribadire la volontà di rispettare tutti gli impegni di consolidamento fiscale. Non si mette il carro davanti ai buoi. Incorrere in una procedura d’infrazione a livello europeo, senza la preventiva fiducia dei mercati, sarebbe rischioso per un paese con un debito sopra il 130 per cento del Pil. Solo dopo che gli annunci di riforma si saranno rivelati credibili, si potrà usare i margini di flessibilità che già esistono o negoziarne di nuovi con gli altri Paesi europei.

Nicola Borri e Giuseppe Ragusa, gli effetti dell’operazione sulle quote Bankitalia non sono affatto chiari. Portare l’aliquota al 26 per cento, al pari dei normali risparmiatori, va bene, ma i dubbi rimangono. E in base al principio di traslazione dell’imposta, non è chiaro chi finirà per pagare l’aumento. Si vuole davvero far pagare le banche? Si aumenti la concorrenza e la trasparenza del settore e si disegnino strumenti per la tutela del risparmio, piuttosto che cavalcare balzelli dal sapore elettoralistico.

Non solo. Le riforme che servono al Paese non saranno indolori per molti comuni cittadini e potrebbero avere effetti recessivi nel breve periodo (per questo dobbiamo recuperare un po’ di flessibilità nelle politiche di bilancio per compensare i “perdenti” delle riforme come ha fatto a suo tempo la Germania). Giusto per fare un esempio: l’obiettivo del ministro Madia, ribadito nel Def, di ringiovanire la nostra pubblica amministrazione è sacrosanto. Chi ha fatto facili ironie non ha capito che si tratta di un progetto di ristrutturazione aziendale da parte di un datore di lavoro, la nostra Pa, non di una generica politica di staffetta generazionale da parte del governo. Ma per rendere efficace tale ristrutturazione si deve uscire dal vago. Quanto in profondità s’intende rivedere la natura del pubblico impiego per aumentarne la produttività? Quale sistema di valutazione si ha in mente? I “premi legati ai risultati ottenuti” riguarderanno i dipendenti o le strutture? Ha poco senso parlare di “open data” se il tasso di analfabetismo statistico e informatico dei nostri dipendenti pubblici resta alto. (E per alfabetizzazione statistica e informatica, non intendo saper fare la media aritmetica o navigare su internet, ma qualcosa di più.) I concorsi di adesso e i contratti del pubblico impiego sono compatibili con il promesso innalzamento delle competenze? Insomma: molti strumenti di riforma sono tanto necessari quanto costosi, perché impongono sacrifici a dipendenti che hanno formato le proprie aspettative di carriera in un sistema diverso. Si è pronti a fronteggiare qualche opposizione?

Dopo le elezioni europee, forse, capiremo meglio se Renzi è come i leader carismatici che corrono sempre il rischio di finire schiavi della droga rappresentata da quel consenso che riescono così bene a creare, oppure se è un leader politico con una forte visione di dove (e come) condurre il Paese.