Oct. 27, 2012

L'equità per pochi

Europa

Tommaso Nannicini

L'equità per pochi

Per risolvere il problema degli esodati, mantenendo solo per loro lo status quo previdenziale precedente alla riforma Fornero, un’iniziativa parlamentare bipartisan mira a introdurre un prelievo “di solidarietà” del 3 per cento sulla parte di reddito che va oltre i 150mila euro lordi.
La proposta ha due punti di forza: è semplice da giustificare in termini di equità visto che si chiede di dare di più a chi ha di più (chi oserebbe mai criticare un contributo che si autodefinisce solidaristico?); colpisce pochi contribuenti e quindi è facile da far digerire politicamente (solo lo 0,36% degli italiani che pagano le tasse supera la soglia dei 150 mila euro). Ma, francamente, chi ha a cuore l’equità dovrebbe essere più choosy.
Lasciamo stare se sia questo il metodo più equo per tutelare gli esodati, o se non si debba pensare ad ammortizzatori sociali e servizi mirati per il reinserimento o la ricollocazione, come nel caso dei lavoratori che verranno dopo di loro. E lasciamo stare se sia equo aumentare la progressività del prelievo in un contesto di elevata evasione. Sorvolando su questi due elementi, la proposta fornisce un altro spunto: che cosa significa “equità” nel dibattito italiano su pensioni e welfare? La transizione infinita verso un sistema previdenziale in equilibrio, iniziata da Dini e completata dalla Fornero, ha risparmiato intere generazioni, infrangendo altri due concetti di equità: quello attuariale (ognuno riceve in base ai contributi che ha versato e un rendimento sostenibile) e quello intergenerazionale (nessuna coorte ottiene troppo di più delle altre). Ecco, allora, un’altra proposta che va incontro a questi concetti di equità.
Per ogni pensione, l’istituto previdenziale che la eroga presenti a chi la riceve una semplice statistica: il rendimento implicito dei contributi versati durante la vita lavorativa, calcolato in base all’ammontare della pensione e alla speranza di vita. Per alcuni baby pensionati che ancora ricevono l’assegno con il metodo retributivo, questo rendimento è enorme, tale da far impallidire qualsiasi investimento spericolato e a fronte di nessun rischio.
Accanto al rendimento implicito, l’istituto previdenziale fornisca anche il suo percentile rispetto alle pensioni in essere: cioè, se un individuo si trova nel 99 percentile dovrà rendersi conto che 99 pensionati su 100 godono di un rendimento inferiore al suo. Perché tutto questo? Semplice: per rendere trasparente le iniquità intergenerazionali e attuariali che ancora si annidano nel nostro sistema previdenziale.
Per carità: nessuno propone di cancellare i diritti acquisiti. Ma almeno sia chiaro, quando li si difende al bar o su Twitter, che a volte si tratta di regali acquisiti. Non è l’ammontare assoluto della pensione che conta, ma il suo rapporto coi contributi versati. In alcuni casi, come quello degli assegni molto bassi, il regalo acquisito si giustifica in termini redistributivi: è giusto garantire una vecchiaia dignitosa a chi non ha una storia contributiva sufficiente, scaricandone i costi sulla fiscalità generale. Basta che l’intervento sia trasparente.
In altri casi, come quello degli assegni più sostanziosi, il regalo acquisito è semplicemente un furto intergenerazionale, scaricato sulle spalle dei giovani e futuri lavoratori.
Dopodiché, sulla base di statistiche precise sui rendimenti impliciti, si potrebbe pensare di introdurre un contributo di equità (attuariale e intergenerazionale) in base al quale chi riceve un assegno pensionistico sopra una soglia minima e il cui rendimento implicito è molto elevato paga un po’ di tasse in più.
Per contribuire a finanziare sia gli ammortizzatori sociali dei lavoratori flessibili, sia nuove politiche contro le crescenti povertà di un paese che stagna da due decenni. Insomma: se stiamo cercando l’equità, vale la pena cercarla a 360 gradi.