March 2, 2020

L'occupazione al tempo del virus "smart" e "agile"

«Il lavoro da remoto è un'opportunità per il Sud, dove c'è specializzazione e qualità della vita»

Corriere del Mezzogiorno Economia

Francesco Nicodemo

L'occupazione al tempo del virus "smart" e "agile"

Da una settimana il Paese discute di CoronaVirus. Gli effetti del dibattito politico e mediatico stanno trasformando un’emergenza sanitaria in panico diffuso. Ci sarà tempo per indicare responsabilità, ma intanto le aziende e il sistema Paese fanno i conti dei danni economici che ne derivano. In questo dibattito parossistico paradossalmente è tornato attualissimo il tema dello smart- working. L’impossibilità per molti di raggiungere i posti di lavoro e le misure preventive e precauzionali hanno infatti rilanciato il lavoro da remoto. In realtà lo smart working è molto di più del tele-lavoro e del lavoro da casa. Ne abbiamo già parlato diffusamente sul Corriere del Mezzogiorno, lo smart working significa innanzitutto legare il lavoro non agli orari o al luogo di lavoro, ma al raggiungimento di obiettivi. Partendo da un equilibrio più funzionale tra vita personale e lavoro. Per capirci qualcosa di più ho incontrato Tommaso Nannicini, senatore del PD,  il papà della legge 81/17 che ha introdotto lo smart working in Italia. 



L’emergenza CoronaVirus ha risvegliato il dibattito sul tema smart working. Fa bene un’accelerazione così improvvisa?



Più che altro è una necessità in condizioni di emergenza. Per limitare i cali di produzione legati alle misure restrittive che intendono contenere il contagio, le aziende devono poter utilizzare rapidamente la propria forza lavoro anche in remoto. E per consentirlo è sensato che alcuni requisiti di legge per attivare il lavoro agile, giustificati in tempi normali, vengano temporaneamente sospesi. Le buone leggi si vedono nei momenti di emergenza, quando c’è bisogno di flessibilità e adattabilità. E la legge 81 del 2017 che, insieme al Jobs act del lavoro autonomo, introduceva lo smart working nel nostro Paese è un buon esempio.



Il governo ha deciso di favorire il lavoro agile con un decreto che semplifica l’iter burocratico. Ma solo per le aziende della zona rossa. Cosa ne pensa? Si poteva essere più coraggiosi?



Sarei stato più coraggioso. Purtroppo, lo shock negativo sulla nostra economia dovuto al CoronaVirus sarà molto più esteso delle zone rosse. Non dobbiamo replicare lo schema dei decreti per il terremoto, in cui tutte le misure si concentrano sempre sulle aree del cratere. Qui siamo di fronte a un’emergenza di tipo diverso. C’è bisogno di un pacchetto di stimolo e di misure per il lavoro, dalla cassa integrazione a uno smart working ancora più agile, esteso su tutto il territorio nazionale.



Lei ha lavorato alla legge sullo smart working e l’ha accompagnata in Parlamento come sottosegretario del Governo Renzi. I governi successivi hanno fatto passi avanti?



Direi che i passi avanti li hanno fatti le aziende, soprattutto quelle grandi. La nostra legge ha accompagnato un cambiamento dettato dalla transizione tecnologica e dai mutamenti culturali in tema di organizzazione aziendale. Gli accordi di lavoro agile si sono diffusi. Casomai è un peccato che a tre anni da quella legge, come spesso avviene in Italia, non sia stata analizzata la grande quantità di dati rappresentata dagli accordi caricati online dalle aziende, per valutare seriamente e statisticamente l’impatto dello smart working nel nostro Paese.



In Cina, vista l’esplosione del Corona Virus, è partita la più grande sperimentazione di smart working che la storia ricordi. Può essere un’occasione anche per noi per abbattere le barriere culturali viste finora?



Sì, ma a patto di farlo sul serio. Dobbiamo evitare il rischio di chi inizia a giocare a tennis senza un maestro: allenarsi è importante, ma farlo senza un metodo ti fa correre il rischio di portarti dietro certi difetti di gioco per sempre. Penso ai miei colleghi che insegnano in università, a molti è stato chiesto di fare lezioni a distanza, ma senza strumenti tecnologici e pedagogici adeguati si rischia di svilire il lavoro e finire per caricare solo un video. Qualcuno potrebbe pensare che quello sia davvero insegnamento a distanza, che invece è tutta un’altra cosa. Insomma, non basta sburocratizzare o dire smart working, dobbiamo aiutare le aziende a raccogliere la sfida con metodo. Anche con una rete di consulenti che il governo potrebbe ingaggiare attraverso i fondi europei.



Fino a questo momento siamo tra i paesi che utilizzano meno questo strumento in Europa, con appena un 4,8% di persone che lavorano, in maniera stabile od occasionale che sia, da casa. Secondo lei come mai?



Da una parte per l’obsolescenza del nostro sistema produttivo, che è ancora molto in ritardo nell’abbracciare la rivoluzione tecnologica. E dall’altra direi un po’ anche per la cultura italiana, che ama i lacci e i lacciuoli perché non ci fidiamo granché della responsabilità individuale. La legge 81 sullo smart working voleva andare controtendenza anche con questa cultura. Basta norme scritte pensando alla patologia, pensando che tutti i contribuenti siano evasori, tutti i dipendenti pubblici corrotti e tutti i lavoratori vagabondi. Abbiamo bisogno di norme scritte per la fisiologia, per le persone oneste e che vogliono realizzarsi con il loro lavoro, altrimenti in un mondo che corre noi restiamo, come spesso accade, fermi al palo.



Attirati dallo smart e remote working, fiduciosi che la rivoluzione digitale semplificherà sempre di più il lavoro. È questo l’identikit del lavoratore millennials proveniente dal sud Italia. Qual è la ricetta per far sì che il meridione diventi un punto di riferimento importante per la rivoluzione del lavoro agile?



È una grande opportunità per il mezzogiorno. Dobbiamo sfruttare la miscela unica rappresentata da due elementi: il nostro capitale umano altamente specializzato (i giovani ingegneri o medici che tutto il mondo ci invidia), e l’alta qualità della vita a costi generalmente più bassi. Questa miscela ci offre l’occasione per creare veri e propri hub di lavoro agile al Sud, anche nelle aree interne. Istituzioni locali, governo, agenzie del lavoro e imprese dovrebbero fare squadra per lanciare un marketing territoriale aggressivo su questo. Ci sono luoghi bellissimi, dove sarebbe fantastico lavorare e vivere per molti giovani, che possono diventare luoghi dove si fanno lavori altamente specializzati per aziende che stanno da tutt’altra parte, magari anche al di là dell’oceano. Tutto questo ovviamente richiede un prerequisito: infrastrutture digitali al passo con i tempi. Dobbiamo darci tre priorità: 5G, 5G, 5G.