Oct. 11, 2018

«Siamo rimasti un partito novecentesco, c'è bisogno di tempo»

Trovo ipocrita chi ora dice "teniamoci questa segreteria, facciamola perdere alle Europee"

Il Foglio

di David Allegranti

«Siamo rimasti un partito novecentesco, c'è bisogno di tempo»

Dice Tommaso Nannicini, senatore e responsabile progetto del Pd, che nel governo la distinzione ormai non è più fra Lega e Cinque stelle «ma, trasversalmente, fra chi crede davvero alle fantasie che raccontano e chi ci fa soltanto. Il punto è se chi ci crede si sveglia - grazie al principio di realtà - prima che chi ci fa ci porti fuori dall’euro per tornare alla lira». Ecco, in questo caos di spread che sale, tocca i trecento, li supera e poi plana verso il basso, tra dichiarazioni strampalate e sortite folli di vice primi ministri, ministri e sottosegretari, il Pd cerca una bussola perduta. Ogni giorno spunta un candidato al congresso, ma la data ancora non c’è. E Nannicini un po’ si spazientisce per il noioso ottovolante. «La politica è la mia passione da sempre, ma mi mancano l’insegnamento e soprattutto la ricerca, mi manca pensare fuori dagli schemi, non dovermi preoccupare di come esce una cosa su Twitter, cosa che faccio con fatica essendo un twittatore sonnolento. Non sono ossessionato dalla politica di professione, specie da quella che guarda solo all’uscita del giorno. La ricerca, in questo, ti dà libertà e ti protegge».

Ti protegge per esempio dalle beghe del Pd, un partito che ha bisogno di una profonda riforma. «Non c’è dubbio - dice Nannicini - che c’è un tema di organizzazione. Siamo rimasti un partito novecentesco, con riti e liturgie che ci hanno fatto perdere rapporto con gli elettori. Di fronte allo shock del 4 marzo questi riti rallentano la costruzione di un’alternativa. Ma sono tutte cose che per essere cambiate hanno bisogno di tempo». Solo che il tempo non ce l’avete. «È vero, ma la Lega è passata dal 3 al 17 per cento e adesso al 30 nei sondaggi non in un anno ma in dieci. I Cinque stelle sono passati da 0 a 25 in cinque anni e in dieci sono arrivati al 30. Né Lega né Cinque stelle sono partiti dal tema della leadership, ma da quello delle parole. Sono le parole che danno un senso e ti fanno riconnettere con i tuoi elettori. Non intendo il chiacchiericcio della comunicazione, ma le parole che definiscono la mia identità come partito e fanno capire da che parte sto, per cosa mi batto. Le parole illuminano i fatti perché fanno capire qual è la mia visione del mondo. E senza questo sembri un ragioniere, non dai un’interpretazione sul chi sei e da che parte stai. Ecco, questo lavoro a un certo punto l’abbiamo smarrito, assorbiti come eravamo dal mito della responsabilità di governo e del fare le cose giuste, convinti che avere una classe dirigente competente può salvare il paese. Abbiamo fatto molte riforme per gli italiani, poche con gli italiani».

Dopo la manifestazione di piazza del Popolo a fine ottobre ci sarà un forum del Pd per parlare proprio di questo. Organizzazione, parole d’ordine, identità. Ma anche per prendere atto di un’occasione persa. «All’inizio questa segreteria non è stata messa nelle condizioni di lavorare al meglio. Le guerre intestine hanno fatto perdere mesi preziosi, la segreteria non è stata vista come uno strumento unitario a disposizione di tutti ma come un pungiball con il quale allenarsi per prendere un po’ di retweet. Adesso mi fa un po’ ridere chi dice "teniamoci questa segreteria, facciamola perdere alle Europee". Lo trovo ipocrita. Questo ragionamento, più seriamente, andava fatto prima dell’estate, dando un mandato forte a un gruppo dirigente di transizione, rinviando le primarie a dopo le Europee. Farlo adesso solo perché c’è chi non trova il candidato giusto o perché invece ce ne sono troppi mi pare voglia dire confondere tattica e strategia, che poi è stato l’errore della sinistra negli ultimi tre decenni». Prima dell’estate, invece, si sarebbe potuta fare «un’assunzione collettiva di responsabilità, cosa che non è avvenuta fino in fondo. Ma nonostante queste difficoltà, negli ultimi due mesi abbiamo lavorato bene grazie alla guida di Martina. Un lavoro che ancora non si vede del tutto perché è lungo e faticoso».

A Nannicini non lo convincono quelli che dicono di rinviare il congresso. Da Graziano Delrio a Matteo Ricci. «Il gioco della data non mi appassiona, io non muoio se si fa a gennaio piuttosto che a maggio. Non mi preoccupa il mese in quanto tale, ma non mi convince la motivazione per cui, sbagliando, ci stiamo attorcigliando sulla data. Se impostiamo la discussione sul fatto che ancora qualcuno non ha il candidato pronto o qualcun altro vuol dare subito la spallata finale alla lotta interna, ci logoriamo e perdiamo consensi». Ma a Nannicini piacerebbe candidarsi? «Qualcuno me l’ha chiesto ma non ho il fisico. Una mano però la do volentieri, altrimenti sarei rimasto a fare il mio lavoro. Mi piacerebbe impegnarmi per far emergere un’altra generazione e altre idee, che dobbiamo attirare, selezionare e valorizzare. Noi in fondo abbiamo già dato e lo abbiamo fatto in anni intensi, al governo in piena crisi. Abbiamo fatto cose utili per questo paese di cui sono ancora orgoglioso, altre avremmo potute farle meglio». Che candidato le piacerebbe? «Un candidato che ha guardato Il mio grosso grasso matrimonio greco, dove si dice: "Non lasciare che il passato decida chi sei, ma lascia che sia parte di chi diventerai". E questo vale tanto per il passato remoto quanto per quello recente. Ecco, il mio Pd me lo immagino così».