Dec. 23, 2013

«Un deficit sopra il 3%? A certe condizioni si può»

Linkiesta

Tommaso Nannicini

«Un deficit sopra il 3%? A certe condizioni si può»

Il Consiglio Europeo dei giorni scorsi si è concentrato sulle regole dell’unione bancaria, ma c’è da augurarsi che inizi presto un confronto su come rafforzare l’architettura dell’unione economica senza nascondere un altro tema scottante sotto il tappeto. Le misure sulla disciplina di bilancio, inclusa la famigerata regola per cui il deficit non deve sforare il 3 per cento, sono controproducenti in un periodo di crisi? È sensato ammorbidirle o acconsentire deviazioni temporanee?

In Italia, si sente ripetere spesso che quella del 3 per cento è una regola stupida, decisa e gestita da un manipolo di tecnocrati. In verità, le regole attuali sono il frutto di decisioni tutte politiche prese dai governi europei. E l’Italia si è autoimposta il pareggio strutturale di bilancio con una riforma costituzionale approvata a stragrande maggioranza nel 2012. Chi non ama le regole fiscali dovrebbe esprimersi anche sulla nostra Costituzione. Detto questo, le regole fiscali sono sempre un po’ stupide, perché ti legano le mani anche quando avresti bisogno di discrezionalità. Ma non sono lì per stupidità. Esistono, piuttosto, per assenza di fiducia. Gli europei le hanno introdotte perché non si fidano l’uno dell’altro. E gli italiani le hanno recepite perché non si fidano di loro stessi.

L’Europa è bloccata da quello che gli scienziati sociali chiamano “dilemma del prigioniero”, cioè l’incapacità di cooperare in vista di un obiettivo comune. Come nel caso di due imputati: se entrambi non confessano, se la caveranno con poco; ma se uno confessa e l'altro no, quello che tiene la bocca chiusa si beccherà una pena severa. Entrambi finiscono quindi per confessare, temendo che l'altro faccia lo stesso. L'Europa si dibatte in un dilemma del genere. I paesi del centro, Germania in testa, dovrebbero accettare un po’ d’inflazione in più e un po’ d’austerità in meno, ma hanno paura che i paesi della periferia si limiterebbero a vivacchiare senza fare riforme per rilanciare la produttività. I paesi della periferia temono che la sola disciplina fiscale li avviti in una spirale recessiva.

Come uscirne? Di sicuro, non andando a Bruxelles per sbattere i pugni sul tavolo, come invoca qualcuno. I pugni aumentano solo la sfiducia e la conflittualità, aggravando il dilemma del prigioniero. Purtroppo, l’Italia ha un deficit di credibilità agli occhi dei partner europei e dei mercati. Per colpa dell’alto debito pubblico, ma anche di scelte sbagliate nel passato recente. Non basterà dire che siamo cambiati. Servono azioni concrete.

Il nostro Paese dovrebbe presentarsi ai prossimi appuntamenti europei con misure in grado di rilanciare la crescita potenziale, come la riforma della pubblica amministrazione e della giustizia, la liberalizzazione dei mercati dell’energia e dei servizi alla persona. Con un profondo ripensamento delle priorità della spesa pubblica e un piano credibile di dismissioni per ridurre il debito pubblico. Tutte scelte che non sono a costo zero, perché rimuovere rendite, anche le più ingiustificate, significa imporre rinunce a qualcuno, con potenziali effetti recessivi. Nell’immediato, quindi, c’è un solo modo per farle passare: usare la leva fiscale riducendo in maniera sostanziale le tasse su imprese e lavoratori. E per farlo non si può andare troppo per il sottile. Può rendersi necessario sforare il vincolo sul deficit per qualche anno.

Fare una passo del genere senza pagare un costo enorme di credibilità, senza far scattare un attacco speculativo sui nostri titoli e senza mettere a repentaglio la costruzione europea, richiede interventi coraggiosi e irreversibili, magari attivando qualche forma di contractual arrangement con l'Unione Europea (uno strumento che potrebbe essere usato per andare oltre la mera sorveglianza sulla disciplina di bilancio e sugli squilibri macroeconomici, guardando appunto alla crescita potenziale). Di sicuro, non possiamo pensare di cavarcela con proclami generici. Ma la cosa non deve spaventarci, perché si tratta di fare interventi nel nostro interesse, per salvaguardare il benessere delle generazioni future.

Insomma, se c’è la volontà politica in Italia e la lungimiranza di cooperare a livello europeo, la forma si trova. Le regole fiscali sono come i controlli di velocità: cerchi di rispettarli, ma se scatta l’emergenza premi il piede sull’acceleratore e metti in conto il rischio di una multa. L’importante è non esagerare, mettendo a rischio la propria sicurezza e quella degli altri.

Tratto da "l'Unità" del 21/12/2013