Dec. 15, 2010

Università, se il PD sa solo protestare

Europa

Tommaso Nannicini

Università, se il PD sa solo protestare

La logica è come una droga. Una volta che l’hai provata, è difficile smettere. Ma per fortuna, in confronto ad altre droghe, ha minori effetti collaterali.
L’unica cosa che può succederti è di sentirti un po’ stranito se capiti nel mezzo di un dibattito ideologizzato, dove schieramenti opposti si fronteggiano a colpi di accuse tanto accese nei toni quanto evanescenti nei contenuti. È il caso del dibattito sulla riforma Gelmini, dal quale è assente una semplice argomentazione (per carità, opinabile al pari delle altre, purché in punta di logica): una riforma può essere giudicata sia per la sua direzione, sia per l’intensità con cui si muove in tale direzione. Di conseguenza, esistono interventi nella direzione giusta che (a) incidono con forza sulla realtà o che (b) non cambiano granché; e interventi nella direzione sbagliata che (c) incidono con forza sulla realtà o che (d) non cambiano granché. Se siamo nel caso (a), tutto bene: c’è solo da applaudire. Se siamo nel caso (d), poco male: i danni saranno limitati. Se siamo negli altri due casi, è bene criticare la riforma, ma farlo per un motivo o per l’altro fa una bella differenza.
Francamente non è chiaro se l’opposizione del Pd alla Gelmini si muova nello scenario (b) o (c). La società della comunicazione ha i suoi riti. E salire le scale per andare sui tetti, senza lanciare messaggi forti, finisce per trasmettere l’immagine di un Pd schiacciato sulle voci della contestazione, che anche ieri si sono fatte sentire in piazza a Roma e in altre città d’Italia. Voci che, al di là del giusto afflato per il miglioramento dell’università italiana, rimandano spesso a messaggi contradditori.
A volte, sembra che le contestazioni siano incentrate solo su un problema di scarsità dei fondi (come se dare più soldi a questa università, senza cambiare radicalmente il sistema di incentivi di chi ci lavora, non finirebbe per aggravarne i problemi). Altre volte si sente tacciare qualsiasi obiettivo di valutazione e selezione tra atenei e dipartimenti come fonte di ingiustizie e squilibri tra discipline e territori. Anche il tema della “precarizzazione” dei giovani ricercatori rimanda all’idea che si potrebbe risolvere tutto con più soldi e con la stabilizzazione di chi già lavora nell’università (negando che tra i precari alcuni hanno semplicemente sbagliato mestiere e che la selezione dovrebbe pescare in tutte le direzioni e senza corsie preferenziali; la meritocrazia, piaccia o no, ha i suoi costi).
Contestazioni del genere rischiano di perpetuare un’università che produce bassi standard di qualità e profonde disuguaglianze (tra chi può o non può permettersi di comprare altrove un’istruzione di qualità; tra chi ha o non ha bisogno di un’istruzione di qualità per fare strada, perché tanto dispone di altre risorse familiari o amicali che lo sorreggono). Se il centrosinistra non si preoccupa di queste diseguaglianze, temo che abbia sbagliato mestiere. Il Pd dovrebbe lanciare proposte volte a far capire che, sì, la riforma Gelmini si muove nella direzione giusta su alcuni temi, ma senza incidere abbastanza sulla realtà dell’università italiana.
Cosa si può fare (di più)? 1. Ben venga l’introduzione di un sistema di valutazione della qualità del reclutamento dei docenti e della loro attività di ricerca (art.
5, comma 1.c). Ma non si capisce il senso di porre un limite massimo a questo criterio, stabilendo che una “quota non superiore al 10 per cento del fondo di funzionamento ordinario” sarà allocata sulla base della valutazione (art. 5, comma 5). Il massimo dovrebbe essere trasformato in un minimo: almeno il 10 per cento delle risorse (meglio se il 20) dovrebbero rispondere a una seria valutazione della produttività scientifica (ovviamente, introducendo risorse e incentivi che consentano all’Anvur di realizzarla). 2. Ben venga un criterio di accesso alla carriera universitaria che non preveda la figura dei ricercatori a vita, ma stabilisca un percorso verso la stabilizzazione (tenure-track) che passi per una rigorosa valutazione della produttività scientifica (art. 21). Ma se si chiede ai ricercatori di scommettere sulle proprie capacità, lo scambio deve essere equo.
Stipendio, strumenti di ricerca e sicurezza del contratto da professore di seconda fascia nel caso si superino i requisiti di produttività al termine del contratto a tempo determinato (stanziando fin dall’inizio i fondi necessari per la conversione) devono essere all’altezza del rischio che si chiede ai giovani di affrontare.
Ecco due semplici proposte che chiedono più selezione e meritocrazia, ma si dovrebbe discutere anche di abolizione del valore legale del titolo di studio, e di liberalizzazione delle rette accompagnata da un piano Marshall di borse di studio per merito e bisogno, senza attardarsi su istanze di conservazione dello stato attuale dell’università italiana.
Può darsi, come ha scritto Walter Tocci, che la riforma Gelmini si rivelerà una bolla di sapone, perché trattasi di una “meritocrazia delle chiacchiere” che rimanda tutto a regolamenti attuativi ancora da inventare.
Ma se il Pd non rilancia con chiarezza su questa linea, dicendo che la riforma contiene principi ispiratori condivisibili rispetto ai quali si può fare di più, è probabile che gli italiani preferiranno la meritocrazia delle chiacchiere alle nostre chiacchiere sulla meritocrazia.